La Giornata del Seminario acquista certamente un’importanza particolare in. questo Anno sacerdotale. Infatti riflettere sul senso e sul compito del seminario nelle nostre diocesi porta inevitabilmente a porre una domanda che spesso diamo per scontata: chi è il prete? Il seminario infatti esiste come luogo di formazione di quei giovani cristiani che si preparano a diventare preti
Qual è, dunque, lo specifico del presbitero? Qual è il modo adeguato di vedere la Chiesa e quindi di comprendere la presenza del prete che è a servizio di essa?
La Chiesa è nient’altro che la compagnia di coloro che vogliono essere testimoni di Cristo a favore di tutti. Ora il ministero del prete si giustifica proprio come sostegno e guida alla fede di tutti. È questo l’aiuto che ci si attende dal prete: niente di più, ma anche niente di meno!
Più concretamente questa “cura premurosa” della fede da parte del pastore avviene attraverso l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucarestia, la tessitura di relazioni fraterne: ecco lo specifico del ministero presbiterale, riproposto autorevolmente anche dal Concilio Vaticano II.
Anzitutto il pastore cura l’edificazione della comunità nell’annuncio del Vangelo: i cristiani sono, infatti, coloro che dicono sì al Vangelo. Il prete è quindi annunciatore di una “bella notizia”, non di un fardello pesante di norme morali.“I presbiteri hanno anzitutto il dovere di annunciare a tutti il Vangelo di Dio” dice il Concilio nella Presbyterorum Ordinis al n. 4.
Edifica, inoltre, la comunità cristiana con i Sacramenti e, in particolare intorno all’Eucaristia, che è la memoria della Pasqua, cioè di una vita donata interamente e per questo non più prigioniera della morte. È attraverso la Pasqua che Gesù ha edificato la comunità dei credenti e che ora continua a riplasmarla. “Nell’Eucaristia lo stesso Cristo dà vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti a offrire a Lui se stessi , il proprio lavoro, e tutte le cose create. Per questo l’Eucarestia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione” .( Concilio PO n. 5)
Il prete si dedica anche alla tessitura paziente di relazioni fraterne, rispettando l’unicità di ciascuno. Infatti il Concilio precisa ancora:“I presbiteri, in nome del vescovo, riuniscono la famiglia di Dio come fraternità animata nell’unità” (PO n. 6)
É chiaro che a questa identità e funzione del prete deve corrispondere uno stile di vita..
Se è annunciatore della parola di Dio, deve diventarne il primo ascoltatore. Non è il padrone della Parola, ma il servo. Sa di portare un tesoro grande nel vaso fragile della sua umanità.
Poiché presiede l’Eucaristia, è chiamato a vivere ciò che celebra: la morte di Gesù entra nella sua vita, per dargli la forza di una dedizione incondizionata a Dio e ai fratelli. Se offre il perdono nel nome di Cristo, deve educarsi alla misericordia stessa di Gesù e farsi strumento di riconciliazione tra gli uomini.
Se, nel nome di Cristo, guida ed riunisce la comunità cristiana, è chiamato farsi uomo della comunione. Non spadroneggia su quanti Dio gli ha affidato e non assorbe in sé i compiti che sono di altri. Di fronte al pericolo delle divisioni, il prete richiama i singoli e i gruppi al desiderio dell’unità, al primato della carità di Cristo, al di là di ogni diversità.
È una missione grande quella del prete! Ed è un compito altrettanto grande quello affidato al seminario: preparare “pastori secondo il cuore di Dio” (Ger 3,15). Un compito che i formatori e gli insegnanti da soli non possono sicuramente esaurire. È necessario che, in modi diversi , tutta la comunità ecclesiale ne sia coinvolta e se ne faccia carico.
La Giornata del Seminario ha proprio lo scopo di ricordarci questo!
Il Rettore
Don Beppe Panero

È così semplice stringere la mano di un bambino e insegnarle a disegnare? Credo proprio di no. Ci vuole molta pazienza, una buona dose di fiducia, non ci si può permettere di avere fretta; e poi, quanta attenzione per evitare di stringere troppo forte e far male! Al tempo stesso è necessaria anche un po’ di fermezza, cercando di guidare senza sostituirsi, di indicare senza essere invadenti.
Un gesto così è davvero esercizio di amore e di cura, espressione reale di fede, perché testimonia che cosa significhi credere a tal punto nella vita da non tenerla per sé, ma da trasmetterla e raccontarla ad altri perché la colorino in modo sempre nuovo e originale.
L’evangelista Luca inizia proprio così il suo Vangelo, riferendosi alle molte “mani” che hanno raccontato e scritto di Gesù e della sua lieta notizia di riscatto per i poveri e i prigionieri, di guarigione per gli ammalati e gli afflitti, di perdono per chi ha sbagliato e ora può rimettersi in piedi.
La fede si trasmette così, di generazione in generazione, stringendo con tenerezza la mano di un bambino e guidandola a riconoscere, nella storia degli uomini, il Volto di Gesù, perché ne colori i tratti in maniera unica e imprevedibile. La Chiesa esiste per questo, per raccontare quella Storia, per rendere accessibile quel Volto. E se qualcuno, all’interno di essa, decide di diventare prete, è solo per questo motivo: spendere tutta la vita per ripetere il gesto di mani che stringono altre mani e raccontano del Dio che si è fatto uomo per il riscatto e la speranza di tutti.
È proprio vero: il Dio cristiano passa attraverso il racconto concreto di una mano che stringe e guida con tenerezza le dita di un bambino. Chi l’avrebbe mai detto?