monviso

 

"io lo so che non sono solo..."

« torna all'elenco


Fossano, 21 gennaio 2008

 “io lo so che non sono solo, anche quando sono solo... e l’unico pericolo che sento veramente è quello di non riuscire più a sentire niente”

Lorenzo Cherubini

Cari amici,

riflettere sulla vocazione è tutt’altro che facile, quand’anche questa parola fosse continuamente sulle nostre labbra... per cui, permettetemi, colgo l’occasione della vostra lettera per interrogarmi con voi a partire da queste domande. Sollevate molti ambiti, molte strade che si possono percorrere pensando alla vocazione sacerdotale. Partirei dai massimi sistemi e poi arriverei alla domanda circa il celibato ecclesiastico.

Per cominciare, una digressione. Vorrei raccontare come mi sono innamorato della mia ragazza del liceo (beh, non che ne abbia avute molte, sigh!, ma è indicativo...) più o meno fin dalla prima mi sono accorto che tra me e la biondina c’era feeling. Erano soprattutto gli interessi intellettuali che ci accomunavano, ci avvicinavano. Venivamo da situazioni familiari normali e ci siamo appassionati molto a quello che studiavamo e scoprivamo man mano. Una cosa ci univa molto: non avevamo scelto la scuola perché era “obbligatorio”, ma perché sentivamo davvero di avere interessi profondi per quello che ci era dato di studiare. Nel tempo, abbiamo condiviso gli studi e le fatiche, aiutandoci l’un l’altra (anche se spesso ero io l’“aiutato”). Nei nostri intervalli abbiamo passeggiato sempre insieme (tranne rarissime occasioni), confrontandoci ancora sulle cose che via via ci stuzzicavano. Ci siamo appassionati a cose diverse, naturalmente, ma le abbiamo condivise. Notate, non eravamo una coppia, non lo siamo mai stati, per tutto il liceo. Eppure. Verso la fine di quinta io mi stavo interrogando sulla possibilità di entrare in seminario. Scoprivo per la prima volta che la voce di questa compagna non mi era indifferente, che non erano consigli qualunque, quelli che mi dava. E piano piano, abbiamo capito che non potevamo fare a meno l’uno dell’altra. E “ci siamo messi insieme”. Ma fin da subito abbiamo capito che non era quello l’inizio della nostra storia. Ma che, anzi, “stavamo insieme” da mesi, forse addirittura da anni. Da quando? Non si sa. Ed è questo, il bello... Fabio Volo, un saltimbanco della penna e della lingua, lo dice così? Alla fine del suo ultimo libro i due protagonisti finalmente si incontrano ad un appuntamento (quello decisivo) e, per varie vicissitudini arrivano in ritardo entrambi... un po’ emozionati e un po’ vergognosi, si scambiano alcune parole. Alla fine lei dice a lui: “è tanto che mi aspetti?” e lui: “più o meno trentacinque anni.”(la sua età). Ecco cosa è per me vocazione: scoprire che la strada che stiamo percorrendo in realtà è stata “disegnata” per noi. Rendersi conto che c’è qualcosa, o qualcuno, che ci stanno benissimo, come un vestito che rende sexy la nostra ragazza, senza cambiarla di una virgola. È rendersi conto che ciò che sto vivendo è autenticamente “me”. Che non c’è niente che cambierei. Che non c’è niente che aggiungerei. (certo, non entro nel merito del “si può dare di più”, che resta, ok...). Alla fine ti accorgi che la tua strada ha percorso delle tappe, ha fatto dei giri a destra o a sinistra, ha superato ostacoli, è volata in picchiata... e ora sei al posto giusto. E non c’è un giorno di cui tu possa dire: “è iniziato proprio lì”. Ecco cosa significa per me sentirsi “chiamato”. È scoprirsi amati nel fare quello che si fa, amando quello che si fa.

Ma poi sono entrato in seminario (salto alcune cosette..) e ho iniziato a farmi le domande che ci fate voi... perché il prete? Boh? In realtà non so perché… alla fine è uno sbattimento… sì lo so che i muratori si spezzano la schiena, e molti altri lavori si stancano di più… ma se ci penso davanti ho un “lavoro” (anche se non è solo un lavoro, perché tu non “fai” il prete, ma “sei” prete) comunque ho un lavoro che mi terrà occupato 24 ore su 24… senza giorni liberi, pagato così così (checchè se ne pensi …). In più si aggiungono le responsabilità, gli impegni, l’aggiornamento, la preghiera (che se è fatta bene porta via tempo ed energia), e quello scassa… del vescovo che ti affibbia gli incarichi più strani… se poi sei parroco devi far quadrare le idee di un paese, devi stare vicino a chi muore e a chi nasce, se sei giovane stai con i giovani e con i bambini, se sei vecchio giri tra ospedali e camere mortuarie. Poi si va in pensione non prima degli 80 anni, a volte suonati (c’è un parroco da noi che ne ha 82, ha avuto un ictus 10 anni fa e non c’è verso di fermarlo)… è tutto questo che voglio? SI’. Solo scrivendo queste cose mi vengono i brividi di paura, ma nello stesso tempo di gioia, perché è esattamente questo il volto che mi piacerebbe dare alla mia vita. Quale sarebbe l’alternativa? Non lo so, ditemi voi cosa potrei fare di più bello di questa vita… se qualcuno me lo dice…

E tutto questo non è fatto per gli altri, come potrebbe sembrare… spiego: non mi faccio prete perché così faccio del bene agli altri. Mi faccio prete perché alla fine intravedo che nella vita di un Galileo nato e morto 2000 anni fa, ci sono segni tangibili che una vita da figli di “quel” Dio (suo Padre) è bella! Nella mia vita fatico un sacco in tutti i campi: relazionale, intellettuale, familiare, sul lavoro, ma mi rendo conto che se riuscissi un solo minuto a fare quello che ha fato lui, cioè a fidarmi del Padre, forse un giorno (speriamo più in là possibile) potrò dire: “ho speso bene la vita”. Ora però essere Figli è un dono, un regalo che i nostri genitori ci hanno fatto da piccini, e ora siamo chiamati a far portare frutti a quei semi che altri hanno piantato in noi (benedetti)… alla fine la fede è un dono che interpella, ci chiama a prendere la vita tra le mani e a chiederci “che ne faccio?” cosa ne faccio di questa mia vita? Dargli forma è rispondere a una chiamata… passo dopo passo la vita ci mette davanti delle scelte che, se sappiamo cogliere l’attimo, ci possono cambiare tutto. E allora scopri che essere utile a qualcuno ti rende felice, che dipingere, o cantare, o scrivere una poesia sono cose perfettamente inutili, ma ti riempiono la vita, che a volte si sta bene anche se salto un pasto, e passare quella mezz’ora davanti a una pagina di Vangelo, per vedere se c’entra qualcosa con la mia ricerca di forma, beh, questo ti riempie… Fatico a non avere riferimenti, tutti fatichiamo, anche quelli che pensano che dipendono tutti da sé, alla fine si fidano di qualcosa. Non esistiamo senza fede, né senza cose inutili… né esistiamo senza una forma… io scelgo questa forma: un figlio amato, perdonato per quello che ha fatto, amato per quello che è. Non mi faccio prete perché credo di essere più santo di altri, o più pio, o più furbo… Mi faccio prete perché ho bisogno di essere salvato più di altri. Grande è l’abisso da cui sono stato tratto. Solo una è la mano che mi ha salvato. Se mi lascia. Se la lascio. Cadrò.

Del celibato ho un’idea particolare, per cui vi chiedo la pazienza di seguirmi con pazienza. Per come è improntato il ministero ora non credo che sia materialmente possibile avere una famiglia. Le esigenze pastorali (così si chiama il nostro lavoro) non hanno orari, nè uguale peso: catechismo, unzione degli infermi, ascolto, confessioni, messe, oratorio, carità, funerali... portano via tempo, ma soprattutto energie. Per questo penso che per come si struttura la chiesa oggi... è molto difficile far quadrare una famiglia. Proprio per rispetto alla famiglia. Se e quando la chiesa cambierà impostazione si potrà parlare di preti sposati (ma a nessuno interessano i cambiamenti di fondo, quindi è una cosa un po’ lontana). Come avete capito la scelta del celibato non è teologica (non è un consiglio di Dio), ma una scelta storica della chiesa. (e nemmeno di tutta la chiesa cattolica)... per quanto mi riguarda, però mi sembra saggio, e per ora non vivo con difficoltà questa scelta. Più arduo sarebbe, (se destasse lo stesso scandalo!) provare a parlare dei soldi. Un dubbio che appare lecito è quello circa “il marketing”... è possibile che più giovani scelgano il presbiterato come forma di vita se ci si potesse sposare? Io credo di no. Un esempio e una domanda... la chiesa protestante zwingliana fino a poco tempo fa aveva conservato il celibato per i suoi pastori. Un sinodo ha cambiato le cose e da allora (mi sembra fossero gli anni ’70) non sono aumentate le vocazioni, anzi, come in tutte le altre confessioni sono scese “in picchiata”. Una domanda. Davvero le motivazioni per non farsi prete risiedono nel contesto affettivo? La mia esperienza mi dice che nessuno di quelli che mi hanno fatto la domanda circa il celibato si sarebbe fatto prete. Perché? Perché essere ordinati preti è un discorso diverso, più ampio del “voler star soli” o, peggio, “nessuna mi vuole”. Se ci sono le motivazioni per diventare prete non spaventano le grandi rinunce a cui si è chiamati. Se si ama la propria donna non contano le migliaia di strafig... belle donne a cui si rinuncia. O no? Scusate se sdrammatizzo. Però è così. Un prete diventa tale con cicatrici anche grosse. Ma chi non diventa grande senza ferite rimarginate? Non c’è nessuno che rinuncia a campi, e case, e affetti e relazioni e quanto volete che non riceva già in questa vita il centuplo e poi la vita eterna... (parafraso un certo librettino interessante che consiglio a tutti!). Ancora perché i giovani non scelgono più l’Ordine? Perché siamo in un tempo (lo dico senza volontà di giudizio) che non aiuta noi giovani a scommettere sulla vita. Se guardo la tv o apro i giornali vedo giovani che non hanno più la speranza, la costanza e il coraggio di sognare. E mi vien da ringraziare perché da quando ho imparato a sognare non smetterei più. Sento che siamo in tanti a farlo. E allora perché non appendere tutti il cuore alla stessa stella? Amarsi non è guardarsi negli occhi e dirsi, siamo proprio belli. È guardare nella stessa direzione. Scoprire di non essere mai soli.

Scusate la verbosità... e il contortume.

Pace e Bene

Babicio